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Assistenza e consulenza sul redditometro
Forniamo assistenza ai nostri clienti in merito ai metodi di controllo propri delle amministrazioni finanziarie, accertamenti induttivi, sintetici, analitici, ispezioni, accessi, atti di rettifica e liquidazione, cartelle esattoriali etc.. Uno dei nostri servizi consiste nell’offrire consulenza sulla normativa, la prassi, la   giurisprudenza e la dottrina illustre inerente lo  strumento  del redditometro.
Quest’ultimo è un tema tornato di attualità attraverso una serie atti, ultima di essi e molto importante è la Circolare della Agenzia delle Entrate numero 49/E del 2007 che indica metodi, iter e criteri adottati dagli uffici finanziari per individuare elementi di redditività che attestano o lasciano presumere maggior reddito rispetto a quello dichiarato da un individuo e dai componenti del suo nucleo familiare. In altri termini è nostro impegno quello di consentire ai nostri clienti di evitare di fornire attraverso una serie determinata di comportamenti, false o errate informazioni, tali che possano indurre gli uffici finanziari a dover effettuare approfonditi controlli.
 
Di Cosa Parliamo e legame tra il redditometro e l’accertamento sintetico
Il redditometro è uno strumento induttivo di calcolo che il ministero delle Finanze utilizza per determinare sinteticamente i redditi del contribuente desumendoli dal possesso di automobili, camper, aerei, cavalli, immobili e le spese per colf, beni di lusso, mutui in essere.
Il nesso è solido, proprio perché l’accertamento sintetico,   trova fondamento sul reddito complessivo delle persone fisiche e può trovare applicazione quando ci si trova in presenza di indici di capacità contributiva che facciano fondatamente presumere che il contribuente sia in possesso di redditi superiori a quelli dichiarati, indici che emergono dallo strumento del REDDITOMETRO, in possesso degli uffici finanziari (art. 38 del DRP 600 del 29 settembre 1973). L'agenzia delle entrate, territorialmente competente può, in base ad elementi e circostanze di fatto certi, determinare sinteticamente il reddito complessivo netto del contribuente in relazione al contenuto induttivo di alcuni elementi e circostanze, resta salvo il diritto del contribuente dimostrare, anche prima della notificazione dell'accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta.

Redditometro e Giurisprudenza
In questa sezione di OmniaTax, inseriamo la prassi e la giurisprudenza recente in materia di Redditometro. Chi desidera inserire commenti, può registrarsi e otterrà automaticamente la abilitazione.
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Agenzia Entrate Comunicato stampa 12 febbraio 2009  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:59
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Com. stampa 12 febbraio 2009
Agenzia delle entrate – Informazioni ai contribuenti
Il redditometro si aggiorna per le imposte 2008 e 2009
   La tabella degli indici e i coefficienti presuntivi di reddito o di maggior reddito, relativi a beni e servizi indicativi della capacità contributiva delle persone fisiche, sono stati aggiornati e convertiti in euro in base al tasso ufficiale di cambio fissato dal regolamento CE del 31
dicembre 1998.
   Il direttore dell’Agenzia delle Entrate ha firmato,   infatti,   il provvedimento che rivede la tabella allegata al decreto del ministro delle Finanze del 10 settembre 1992, relativa al calcolo dell’imposta dovuta per i periodi d’imposta 2008 e 2009.
    Ogni due anni, il “redditometro” viene aggiornato in base   alle variazioni percentuali dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale calcolato dall’Istat. Per il periodo che va da giugno 1992 a giugno 2008, l’Istituto nazionale di statistica ha certificato un
aumento pari al 56,2%.
    Con il provvedimento cambiano, quindi, i valori di riferimento degli elementi considerati per il calcolo presuntivo dei redditi conseguiti nel 2008 e nel 2009, mentre restano immutati i coefficienti.                                                          
                                              

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Sent. n. 21764 del 14 ottobre 2009  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:51
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Sent. n. 21764 del 14 ottobre 2009 (ud. del 22 maggio 2009)della Corte Cass., Sez. tributaria - Pres. Cicala, Rel. Bisogni  Imposta comunale sugli immobili (ICI) - Presupposti - Base imponibile - Art.  2, D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504 - Art. 11-quaterdecies, D.L. 30 settembre 2005, n. 203 - Art. 36, D.L. 4 luglio 2006, n. 223 - Fattispecie - Area edificabile
 
    Massima – Per quanto attiene la determinazione della base imponibile ICI delle aree fabbricabili occore avere riguardo che nella giurisprudenza costituzionale e di legittimità è stato elaborato il principio secondo il quale la potenzialità edificatoria, ancorchè in nuce ed in itinere sulla base degli strumenti urbanistici in corso di approvazione, accordata all’area ne accresce ipso facto il valore venale e costituisce elemento sufficiente per determinare un incremento di capacità contributiva.
    Svolgimento del processo - L.R.G. impugnava davanti alla C.T.P. di Cuneo gli avvisi di accertamento I.C.I., relativi agli anni dal  1995 al 1998, adottati nei suoi confronti dal   Comune   di   Saluzzo   deducendo   la inconfigurabilità della qualificazione di area edificabile attribuita ai fini I.C.I. al terreno di sua proprietà e lamentando l’applicazione retroattiva dei criteri valutativi delle aree fabbricabili adottati dal Comune solo nel 1999.
    La C.T.P. respingeva il ricorso.
    La decisione veniva confermata, all’esito del giudizio di appello, dalla C.T.R. che annullava però le sanzioni applicate.
    Ricorre per cassazione il contribuente che si affida a tre motivi di ricorso.
    Si difende con controricorso il Comune e propone contestualmente ricorso incidentale cui replica con controricorso il R..
    Le parti depositano memorie ex art. 378 c.p.c..  
    Motivi della decisione - Con il primo motivo di ricorso il contribuente deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n.504, art. 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, e insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.
    Secondo il ricorrente l’utilizzabilità edificatoria dell’area deve essere effettiva per concretizzare il presupposto impositivo dell’I.C.I.
Nella sua memoria, depositata ex art. 378 c.p.c., il ricorrente contesta il carattere interpretativo delle disposizioni contenute nel D.L. n. 203 del 2005, art. 11 quaterdecies, comma 16, e nel D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 2, convertito nella L. n. 248 del 2006, e ne  evidenzia quelli che ritiene i punti di contrasto con l’art. 1, dello Statuto del contribuente e con gli artt. 3 e 24 della carta costituzionale.
    Con il secondo motivo di ricorso si deduce violazione o   falsa applicazione di legge e precisamente dell’art. 11 disp. gen., che afferma il principio di irretroattività della legge in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, e l’insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. Il ricorrente lamenta che, come risulta dagli stessi avvisi   di accertamento, l’imposta, dovuta per gli anni dal 1995 al 1998, sia stata determinata in base ai criteri di valutazione della Delib. Comunale 28 gennaio 1999, n. 30, in violazione del principio di irretroattività della legge.
    Con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 59, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4. Secondo il ricorrente la C.T.R. ha omesso di considerare il rilievo sollevato sin dal ricorso introduttivo e secondo cui il Comune di Saluzzo non aveva accertato in concreto il valore del terreno ma aveva applicato il limite minimo oltre il quale la citata delibera aveva stabilito di procedere alla rettifica dei minori valori dichiarati.
    I tre motivi di ricorso sono infondati.
    Quanto al primo motivo l’interpretazione della norma di cui all’articolo 2 del decreto   istitutivo   dell’I.C.I.   è   ormai   consolidata   nella giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cassazione civile, sezione 5^, n. 16714 del 27 luglio 2007), secondo quanto affermato dalle Sezioni Unite civili con la pronuncia n. 25506 del 30 novembre 2006, e cioè che, in tema di ICI, a seguito dell’entrata in vigore del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, art. 11 quaterdecies, comma 16, convertito con modificazioni  dalla L. 2 dicembre 2005, n. 248, e del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 36, comma 2, convertito con modificazioni dalla L. 4 agosto 2006, n. 248, che hanno fornito l’interpretazione autentica del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 2, comma 1, lett. b). l’edificabilità di un’area, ai fini dell’applicabilità del criterio di determinazione della base imponibile fondato sul valore venale, dev’essere desunta dalla qualificazione ad essa attribuita nel piano regolato regenerale adottato dal Comune, indipendentemente dall’approvazione dello stesso da parte della Regione e dall’adozione di strumenti urbanistici attuativi. L’inizio del procedimento di trasformazione urbanistica è infatti sufficiente a far lievitare il valore venale dell’immobile, le cui eventuali oscillazioni, in dipendenza dell’andamento del mercato, dello stato di attuazione delle procedure incidenti sullo "ius aedificandi" o di modifiche del piano regolatore che si traducano in una diversa classificazione del suolo, possono giustificare soltanto una variazione del prelievo nel periodo d’imposta,conformemente alla natura periodica del tributo in questione, senza che ciò comporti il diritto al rimborso per gli anni pregressi, a meno che il Comune non ritenga di riconoscerlo, ai sensi del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 59, comma 1, lett. f). L’inapplicabilità del criterio fondato sul valore catastale dell’immobile impone peraltro di tener conto, nella determinazione della  base imponibile, della maggiore o   minore attualità delle sue potenzialità edificatorie, nonchè della possibile incidenza degli ulteriori oneri di urbanizzazione sul valore dello stesso in comune commercio.
    Tale interpretazione della norma è conforme a una qualificazione come interpretazione autentica delle disposizioni citate e a una   lettura costituzionalmente compatibile delle stesse, come ha chiarito la Corte costituzionale, con la sua pronuncia del 27 febbraio 2008 n. 41, nella quale si afferma che la disposizione censurata, ha natura di interpretazione autentica dell’art. 2, comma 1, lett. b, del D.Lgs. istitutivo dell’I.C.I., in quanto si limita ad attribuire alla disposizione interpretata uno dei significati già ricompresi nell’area semantica della disposizione stessa e,pertanto, sotto tale profilo, non può ritenersi irragionevole. Inoltre, secondo la Corte Costituzionale la potenzialità edificatoria dell’area fabbricabile, anche se prevista da strumenti urbanistici solo in itinere o ancora inattuati, costituisce notoriamente un elemento oggettivo idoneo ad influenzare il valore del terreno e, pertanto, rappresenta un indice di capacità contributiva adeguato, ai sensi dell’art. 53 Cost., in quanto espressivo di una specifica posizione di vantaggio economicamente rilevante; e   ciò   indipendentemente   dall’eventualità   che,   nei   contratti   di compravendita, il compratore, in considerazione dei motivi dell’acquisto, si cauteli condizionando il negozio alla concreta edificabilità del suolo, trattandosi di una ipotetica circostanza di mero fatto,   come   tale irrilevante nel giudizio di legittimità costituzionale. Nè il criterio del valore venale può comportare una valutazione fissa ed astratta del bene, ma consente di attribuire al terreno (già qualificato come edificabile dallo strumento urbanistico generale) il suo valore di mercato, adeguando la valutazione alle specifiche condizioni di fatto del bene e, quindi, anche alle più o meno rilevanti probabilità di rendere attuali le potenzialità edificatorie dell’area.
    Per quanto riguarda il secondo e terzo motivo di ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente per la loro stretta connessione logica e giuridica, va rilevato che è improprio parlare di applicazione retroattiva dei criteri di valutazione della deliberazione comunale dato che tali criteri costituiscono esclusivamente una base per orientare l’esercizio del potere discrezionale dell’amministrazione a fronte del quale il contribuente che intende contrastare la valutazione operata ha l’onere di portare all’attenzione del giudice tributario   elementi   probatori   idonei   a dimostrarne l’incongruità (cfr. Cassazione civile, sezione 5^, secondo cui, in tema di imposta  comunale sugli immobili, le norme del regolamento previsto dal D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 59, comma 1, adottato a norma del precedente art. 52, con il quale i comuni hanno la facoltà, tra l’altro, di "determinare periodicamente e per zone omogenee i valori venali in comune commercio delle aree fabbricabili, al fine della limitazione del potere di  accertamento del comune" (lett. g), non hanno natura propriamente imperativa, ma svolgono funzione analoga a quella dei cosiddetti studi di settore o dei redditometri ; si tratta cioè di una mera fonte di presunzioni assimilabili alle comuni presunzioni "hominis", vale a dire di supporti razionali offerti dall’amministrazione al giudice).
    Infine per quanto riguarda il ricorso incidentale si deve ritenere che l’esclusione delle sanzioni operata dalla C.T.R. è fondata. Come ha chiarito la giurisprudenza di legittimità, si da luogo alla configurabilità di un errore sulla norma tributaria - rilevante, ai sensi del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 8, ai fini di escludere l’applicazione delle sanzioni non penali che normalmente si ricollegano alla violazione   commessa   dal contribuente - nelle ipotesi in cui le obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della disposizione stessa dipendano dalla presenza di un   orientamento   giurisprudenziale   solo successivamente superato.
    Ipotesi che, come si è visto, ricorre nella specie e che ha portato il legislatore a intervenire con disposizione di interpretazione autentica (cfr. Cassazione civile, sezione 5^, n. 10495 del 3 luglio 2003 e n. 25161 del 28 novembre 2005). In tal senso va dunque corretta la motivazione della C.T.R..
    Per le ragioni sin qui esposte entrambi i ricorsi vanno respinti.
    Sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio di cassazione.
P.Q.M
La Corte riunisce i ricorsi, li rigetta e compensa interamente le spese del giudizio di cassazione.
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Sent. n. 10385 del 6 maggio 2009  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:50
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Sent. n. 10385 del 6 maggio 2009 (ud. del 10 marzo 2009) della Corte Cass., Sez. tributaria – Pres. Sotgiu, Rel. Carleo Accertamento – Accertamento sintetico – Giustificazione del tenore di vita –Onere della prova – Attività agricola – Indicatori di spesa estranei - Art. 38, D.P.R. n. 600/1973
 
    Svolgimento del processo - I coniugi A.A. e F.E. impugnavano l'avviso di accertamento ai fini Irpef ed Ilor che era stato loro notificato per l'anno 1990 dall'ufficio II.DD di Ferrara. L'accertamento, effettuato ai sensi dell'art. 38 co. 4 D.P.R. n. 600/1973 previa applicazione dei coefficienti stabiliti dai DD.MM 10-9-92 e 19-11-92, si fondava su indicatori di spesa ritenuti estranei all'attività agricola costituiti da un'autovettura e da una casa di abitazione di notevole metratura e dalle spese per incrementi patrimoniali dichiarate dai contribuenti nel rispondere al questionario inviato dall'ufficio. A.A. e F.E., premesso che   l'accertamento   era illegittimo in quanto l'unico criterio valido per la determinazione del reddito agrario era l'accertamento catastale, presentava ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Ferrara, la quale accoglieva il ricorso.
    Proponeva appello l'ufficio e la Commissione tributaria regionale dell'Emilia Romagna rigettava il gravame.
    Avverso la detta sentenza hanno quindi proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi il Ministero dell'Economia e delle Finanze e l'Agenzia delle Entrate. I contribuenti resistono con controricorso.  
    Motivi della decisione   -   In   via   preliminare,   va   dichiarata l'inammissibilità del ricorso proposto dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, posto che lo stesso deve essere ritenuto privo della necessaria legittimazione ad impugnare la sentenza di secondo grado in quanto il giudizio di appello, al quale non aveva partecipato, è stato introdotto dopo il primo gennaio del 2001 nei confronti della sola Agenzia delle Entrate. A riguardo, è appena il caso di osservare che la data indicata coincide con quella in cui è divenuta operativa l'istituzione dell’Agenzia delle entrate, con conseguente successione a titolo particolare della stessa nei poteri e nei rapporti giuridici   strumentali   all'adempimento   dell'obbligazione tributaria, per effetto della quale deve ritenersi che la legittimazione "ad causam" e "ad processum" nei procedimenti introdotti successivamente alla predetta data spetti esclusivamente d'Agenzia (Sez.Un. n. 3118/06).
    Giova   aggiungere,   con   riferimento   ai   procedimenti   introdotti precedentemente alla detta data come nel caso di specie, che questa Corte ha avuto modo di affermare il principio secondo cui, pronunciata la sentenza di primo grado nei confronti del dante causa, il giudizio di appello da quest'ultimo consapevolmente disertato e celebrato senza che alcuna delle parti reclamasse l'integrazione del contraddittorio, con successiva sentenza nei confronti del solo successore - così come è avvenuto nella vicenda processuale in esame - consente di ritenere integrati i presupposti per l'estromissione dell'alienante pur in assenza di un provvedimento formale (cfr Cass. n. 10955/07).
    Alla luce di tali considerazioni, risulta pertanto evidente come nella vicenda processuale in esame il Ministero, i1 quale non aveva partecipato al procedimento di appello, introdotto con atto depositato il 6.12.01, non era legittimato a ricorrere in cassazione avverso la sentenza impugnata, onde la declaratoria di inammissibilità del ricorso proposto.
    Passando d'esame del ricorso presentato dall'Agenzia, giova evidenziare che la sua prima doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione di legge (art. 38 co. 4 e 6 D.P.R. n. 600/73, 2697 e 2728 co. 1 cc), si fonda sulla considerazione che la C.T.R. avrebbe sbagliato là dove ha ritenuto che fosse onere dell'Amministrazione " dimostrare con elementi inconfutabili che il contribuente esercitava altra attività oltre a quella di imprenditore agricolo". Al contrario, quanto da elementi estranei alla configurazione reddituale prospettata dal contribuente (disponibilità di autoveicoli non inerenti all'attività agricola, tenore di vita ecc.) si può fondatamente presumere che ulteriori redditi concorrano a formare l'imponibile complessivo, l'Amministrazione può legittimamente procedere con accertamento sintetico.
    La censura è fondata. Come è noto, la Corte costituzionale con la sentenza n. 377 del 1995, dopo aver premesso   in   motivazione   che l'accertamento catastale è l'unico criterio di determinazione dei redditi fondiari, nella specie dei redditi agrari e dominicali, aggiungeva che il tenore di vita del contribuente "sproporzionato rispetto al   reddito dichiarato non poteva dare luogo ad ulteriori accertamenti, sempre che si trattasse di reddito esclusivamente fondiario inerente a terreni (reddito dominicale e/o agrario) e questo fosse stato correttamente quantificato (anche per le deduzioni). Al contrario, ove la capacità di spesa del contribuente manifestasse il possesso di un reddito superiore a quello "effettivo" realmente conseguito nell'esercizio delle attività agricole e quindi di un reddito diverso da quello denunciato (possesso di altri terreni o esercizio di attività diverse non riconducibili a quelle agricole), diventava legittimo l'accertamento sintetico in "base ad elementi   e circostanze di fatto certi", salva la facoltà del contribuente di fornire la prova della provenienza del maggiore reddito determinato o determinabile sinteticamente, di cui al richiamato art. 38, quinto comma, del d.P.R. n. 600/1973.
    Sulla base di tale decisione, la Corte di Cassazione ha quindi statuito che qualora vi siano ragionevoli elementi per presumere che assieme al reddito esclusivamente fondiario ne concorrano altri, e limitatamente a questi ultimi, può farsi correttamente ricorso all'accertamento sintetico.
    A tal fine appare applicabile al caso di specie la disposizione di cui all'art. 38 comma 4 del DPR 600/73 che facoltizza l'ufficio finanziario a procedere ad accertamento sintetico del reddito sulla base del cosiddetto redditometro quando il reddito accettabile si discosta di almeno un quartoda quello dichiarato proprio perché tale divergenza può legittimamente far supporre che il contribuente disponga di ulteriori redditi oltre quello fondiario. (Cass. n. 7005/03 in motivazione).
    Ciò posto, questa Corte ha quindi  affermato il principio   ormai ampiamente consolidato, secondo cui "quando da elementi estranei alla configurazione reddituale prospettata dal contribuente (disponibilità di autoveicoli non inerenti all'attività agricola, tenore di vita, ecc.) si può fondatamente presumere che ulteriori   redditi   concorrano   a   formarel'imponibile complessivo, in tal caso, incombe al contribuente l'onere di dedurre e provare che i redditi effettivi frutto della sua attività agricola sono sufficienti a giustificare il suo tenore di vita, ovvero che egli possiede altre fonti di reddito non tassabili, o separatamente tassate (da Cass. nn. 6952/06, 7005/03, 12192/02, 11223/95)
    Ne consegue che in applicazione di questo principio la censura formulata merita di essere accolta, ritenendosi in essa assorbito il secondo motivo di impugnazione. La sentenza impugnata, che ha fatto riferimento, in modo non corretto, ad una regula iuris diversa, deve essere cassata, con la conseguenza che, occorrendo un rinnovato esame da condursi nell'osservanza del principio richiamato, la causa va rinviata ad altra Sezione della CTR Emilia Romagna, che provvederà anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.
                                                    P.Q.M.
- La Corte dichiara inammissibile il ricorso del Ministero, accoglie il primo motivo del ricorso dell'Agenzia, assorbito il secondo, e cassa la sentenza impugnata con rinvio della causa ad altra Sezione della CTR Emilia e Romagna che provvederà anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.
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Sent. n. 17200 del 23 luglio 2009  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:50
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Sent. n. 17200 del 23 luglio 2009 (ud. del 21 maggio 2009) della Corte Cass., Sez. tributaria – Pres. Cicala, Rel. Marigliano Accertamento – Accertamento sintetico – Maggior reddito – Auto di lusso –  Redditometro - D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38
                             
    Fatto - T.V. impugnava innanzi alla C.T.P. di Napoli l’avviso di accertamento I.R.Pe.F. ed ILOR per l’anno 1991 n. … con il quale l’ex Ufficio distrettuale II.DD. di Castellammare di Stabia aveva accertato D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38, comma 4, e D.M. 10 settembre 1992 e D.M. 19 novembre 1991 un maggior reddito sulla base de possesso di un’autovettura Mercedes. Il contribuente contestava detto accertamento, affermando che il veicolo era stato acquistato con i risparmi di alcuni anni ed invocando l’inapplicabilità del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38. Si costituiva l’Ufficio, sostenendo la legittimità del suo operato.
    La C.T.P., rigettava il ricorso non avendo il contribuente risposto al questionario di rito diretto a consentire la dimostrazione dell’esistenza di redditi esenti e la mancanza di prove a sostegno di quanto affermato.
    Su impugnazione del contribuente, la C.T.R. della Campania riformava la pronuncia di primo grado e, pur affermando la legittimità dell’applicazione retroattiva dei DD.MM., evidenziava la violazione del disposto dell’art. 38, comma 4.
    Avverso detta decisione il Ministero dell’economia e delle finanze e l’Agenzia delle entrate propongono ricorso per cassazione sulla base di unico motivo. Resiste il contribuente con controricorso, integrato da memoria.
     Diritto - L’A.F. lamenta la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, per non avere la C.T.R. dichiarato inammissibile l’appello del contribuente che aveva in quella sede introdotto nuovi motivi non prospettati nel ricorso introduttivo, vizio rilevabile d’ufficio.
    In subordine contesta l’affermazione che nell’accertamento de quo non fosse stato tenuto presente lo scostamento del reddito dichiarato rispetto a quello presuntivo nel corso di più anni, in quanto a carico di T.V. erano stati emessi analoghi avvisi per tre anni antecedenti al 1991, anno per cui è causa, tutti resisi definitivi per omessa impugnazione.
    La prima censura del ricorso,   oltre   che   infondata,   e   anche inammissibile.
    È principio consolidato della giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui anche quando nel ricorso per cassazione sono denunciati "errores in procedendo" è necessario, per il principio di autosufficienza del ricorso, e quindi per non incorrere nel vizio di genericità della doglianza, che siano indicati con precisione gli elementi di fatto che consentano di controllare la decisività dei vizi dedotti (cfr. ex multis, Cass. n. 2140/2006).
    Il presente ricorso, invece, si esprime in termini del tutto astratti limitandosi a trascrivere la sentenza   della   C.T.R.   favorevole   al contribuente e contestando il fatto che nell’appello del contribuente fossero stati introdotti nuovi motivi, senza, peraltro, esporre quanto in essi dedotto, ma riportandosi a circostanze non costituenti oggetto del presente giudizio e richiamandosi ad altri accertamenti senza indicarne il contenuto, accertamenti, peraltro, contestati da parte avversa.
    In particolare dal contenuto dello stesso ricorso non risulta che l’accertamento per l’anno 1991 avesse mai fatto riferimento allo scostamento per due o più periodi d’imposta, mentre sembra incontestabile che l’unico elemento su cui la rettifica aveva avuto fondamento fosse il possesso di un’auto, immatricolata nel 1988.
    Quanto alla dedotta violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, oltre a quanto già espresso in relazione alla genericità e mancanza di autosufficienza del motivo di doglianza, si rileva, dall’esame degli atti, permesso a questa Corte trattandosi denuncia di vizio in procedendo, che dallo scarno contenuto del ricorso introduttivo è palese che il contribuente aveva giustificato l’acquisto dell’auto come frutto di risparmi e di contributi dei familiari invocando, inoltre, anche l’inapplicabilità del "combinato del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38". Successivamente con memoria aggiuntiva,integrazione permessa dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 24 che vieta solo i motivi aggiunti (sentt. n. 6416 del 2006 e 8179 del 2007), aveva meglio esplicato tale enunciato per cui la riproposizione di detta censura in sede di gravame non poteva essere considerata come motivo di appello nuovo; conseguentemente, legittimamente l’impugnativa era stata considerata ammissibile e la C.T.R. aveva deciso nel merito.
    Solo per completezza di esposizione questo Collegio rileva che, per espresso disposto dell’art. 38 citato, comma 4, l’Ufficio può procedere a determinare sinteticamente il reddito complessivo netto di un contribuente in relazione ad elementi indicativi di capacità contributiva individuati con decreti ministeriali, "quando il reddito dichiarato non risulta congruo rispetto ai predetti elementi per due o più periodi di imposta."
    Nella specie, l’annualità in contestazione è soltanto una, nè risulta in alcun modo né lo afferma lo stesso ricorrente che nell’accertamento sia stato fatto riferimento ad altre annualità, né, infine, il richiamo eseguito per la prima volta in questa sede di un pregresso contenzioso può legittimare l’avviso in esame.
    Tutto ciò premesso, dichiarata assorbita ogni altra censura, il ricorso va respinto. Tenuto conto delle alterne vicende giudiziarie, pare opportuno compensare le spese di questa fase di legittimità.
   P.Q.M. - La Corte respinge il ricorso e compensa le spese.
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Sent. n. 10028 del 29 aprile 2009  --  
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Sent. n. 10028 del 29 aprile 2009 (ud. del 1° aprile 2009) della Corte Cass. Sez. tributaria – Pres. Altieri, Rel. Bernardi Accertamento – Accertamento sintetico e induttivo - Redditometro - Non  applicazione dei nuovi parametri se più onerosi - D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 - L. n. 413 del 1991, art. 1
 
    Fatto - A.P. impugnava l’avviso di accertamento notificatogli il 4.11.1997, col quale era stata rettificata la denuncia dei redditi da lui presentata per l’anno 1989. In applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 e del D.M. 19 settembre 1992 e D.M. 19 novembre 1992 l’Ufficio, a fronte del reddito di L. 8.454.000 dichiarato, gli aveva attribuito quello complessivo di L. 24.770.134, inducendolo dal possesso di una abitazione principale, di una autovettura a gasolio e di due auto a benzina. Il contribuente contestava la legittimità della applicazione dei parametri fissati coi decreti ministeriali del 1992 al calcolo dei redditi del 1989, e lamentava che il reddito accertato era eccessivo. La commissione tributaria provinciale dei Ragusa accoglieva il ricorso, ritenendo che i decreti ministeriali del 1992, previsti dalla L. n. 413 del 1991, art. 1, avessero efficacia solo per i periodi di imposta successivi al 1991. Sull’appello dell’Ufficio, la decisione era confermata dalla Commissione Tributaria Regionale della Sicilia. L’amministrazione finanziaria ricorre per la cassazione della sentenza della CTR con un motivo. Il contribuente resiste con controricorso.
     Motivi - I ricorrenti deducono violazione del D.Lgs. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4 e della L. n. 413 del 2001, art. 1. Invocano le numerose pronunce di questa corte con le quali si è affermato che i decreti ministeriali che fissano coefficienti presuntivi di reddito, ai sensi del D.Lgs. 600 del 1973, art. 38, comma 4, non hanno efficacia sostanziale; non creano nuova materia   imponibile;   non   incidono direttamente   sulla determinazione del reddito. Ma sono oggetto di norme rivolte agli uffici; di natura procedimentale; espressione della   funzione   amministrativa   di indirizzo; le quali regolano le modalità di esercizio del potere di accertamento, limitandone la discrezionalità e vincolandolo a criteri determinati, in funzione di garanzia della trasparenza ed uniformità dell’azione amministrativa. Ciò stante,   l’utilizzo   dei   coefficienti presuntivi indicati nei redditometri, "anche se contenuti in decreti ministeriali successivi", non   comporta   applicazione retroattiva   di disposizioni normative, ma implica soltanto una valutazione di pertinenza al caso in esame di parametri e calcoli statistici di provenienza qualificata e di attitudine indiziaria indipendente dal tempo di elaborazione. Le cui risultanze il contribuente è libero di contestare, come prevede il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, contrapponendo alla presunzione di legge prove contrarie, che dimostrino la disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta (fra le molte; Cass. nn. 19252/2005, 14161/2003, 2123/2002, 11611/2001, 13415/2000).
    La sentenza impugnata non ha per vero contraddetto in linea di principio tale orientamento interpretativo. Ha però posto in luce che, nel caso concreto, la applicazione dei coefficienti indicati nei decreti ministeriali del 1992 aveva condotto all’accertamento di un reddito del contribuente, per il 1989, superiore a quello che sarebbe risultato con l’applicazione delle tabelle contenute nel D.M. n. 3354 del 1990 anteriormente in uso. Ciò in quanto quest’ultimo provvedimento, alla voce corrispondente all’autoveicolo a gasolio (componente del maggior reddito accertato in capo al P.) recava la somma di L. 22.470.000 (L. 7.490.000 moltiplicato per il coefficiente 3), a fronte dell’ammontare di L. 24.770.134 indicato nell’avviso di accertamento, calcolato secondo il parametro indicato nel D.M. 1992, deflazionato in base all’indice Istat. Fra gli indici di capacità contributiva valutati a carico del P. per il 1989, previsti dal D.M. 1992 in base alla nuova formulazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 2, comma 2 introdotta dalla L. n. 413 del 1991, art. 1, era inoltre stata compresa l’abitazione principale, che non era prevista fra gli elementi da considerare in base alla precedente normativa (D.P.R. n. 600 del 1973, art. 2, comma 2 non novellato, e D.M. n. 4485 del 1983 e successivi aggiornamenti). Il nuovo sistema di calcolo, ha notato la CTR, comportava pertanto una maggiore   onerosità   per   il contribuente "sia pure sotto il profilo della prova contraria che lo stesso è chiamato a dare per giustificare un maggiore imponibile accertato sinteticamente".
    In relazione a tali circostanze, il giudice d’appello ha osservato non potersi dubitare "che i decreti ministeriali del 1992 rappresentino una modifica rispetto alla normativa previgente, sia sul piano procedurale che su quello sostanziale, non solo perché prendono in considerazione indici di capacità contributiva prima ininfluenti, come la residenza principale, ma soprattutto perché, lungi dal rappresentare un semplice aggiornamento Istat delle tabelle precedenti, stabiliscono una normativa diversa di calcolo, con differenti parametri di base e con nuovi coefficienti di valutazione, oltreché con diverso sistema di abbattimento progressivo delle   voci reddituali, successive a quella di maggiore importo: il tutto con incidenza sull’ammontare del tributo richiesto". Ha conseguentemente ritenuto che l’avviso di accertamento impugnato, facendo applicazione dei DD.MM. 1992 per la determinazione, in via sintetica ed induttiva, del reddito dell’anno 1989, avesse violato in danno   del   contribuente   il   principio   di irretroattività della normativa tributaria, riaffermato dalla L. n. 212 del 2000, art. 3 quale principio informatore dell’ordinamento tributario, da valere in ogni caso quale principio di   interpretazione   delle   sue disposizioni anche pregresse.
    Tali considerazioni della sentenza impugnata, che riconducono la ragione della decisione alla particolarità delle conseguenze della applicazione della nuova normativa in materia di accertamento al caso dedotto in giudizio, sfuggono alla critica sviluppata col motivo di ricorso, che si limita a richiamare i principi generali affermati da questa corte in materia. Principi che vanno confermati, ma che nella specie risultano giustificatamente disapplicati, e non contraddetti.
    Va dunque respinto il ricorso, ma ricorrono giusti motivi per compensare fra le parti le spese di questo giudizio di legittimità.  
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Sent. n. 5478 del 6 marzo 2009  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:49
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Sent. n. 5478 del 6 marzo 2009 (ud. del 17 dicembre 2008) della Corte Cass., Sez. tributaria – Pres. Cicala, Rel. D’Alessandro  Imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) - Accertamento   -  Accertamento sintetico - Art. 38, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 - D.P.C.M. 10 settembre 1992 - Modalità
                                 
    Massima - La rettifica del reddito imponibile dichiarato operata con il ricorso al metodo non è subordinata né alla verifica analitica delle voci che concorrono alla formazione della base imponibile né l’emissione di un atto presupposto essendo semplicemente basato sui dati desumibili dalla dichiarazione e dall’applicazione degli indici di capacità contributiva.
    Svolgimento del processo - Con sentenza del 14/2/2001 la Commissione Tributaria Regionale del Lazio respingeva il gravame interposto dall’Ufficio delle entrate di Latina nei confronti della pronunzia della Commissione  Tributaria Provinciale di Latina di accoglimento della domanda proposta dai contribuenti sigg.ri G.L. e   M.M.   di   annullamento   dell’avviso   di accertamento, relativo all’IRPEF e all’ILOR per l’anno ’imposta 1990, emesso a seguito di determinazione sintetica del reddito. Avverso la suindicata sentenza del giudice dell’appello il Ministero dell’economia e delle finanze e l’Agenzia delle entrate propongono ora ricorso per cassazione, affidato ad unico motivo. Resistono con controricorso i sigg.ri L. e M., che hanno presentato anche memoria.
    Con requisitoria scritta il P.G. ha chiesto emettersi pronunzia ex art. 375 c.p.c., di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.   
    Motivi della decisione - Con unico motivo i ricorrenti denunziano violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 e del D.P.C.M. 10 settembre 1997, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
    Si dolgono che il giudice dell’appello abbia erroneamente ritenuto illegittima la determinazione sintetica del reddito, che può   essere viceversa   “operato”   mediante   coefficienti   approvati   con    decreto  (redditometri) che si riferiscono a beni in possesso del contribuente da cui, già di per sé e senza la rigorosa coefficientazione del decreto, l’Ufficio può trarre argomento per l’accertamento sintetico "puro".     Lamenta che il D.P.C.M. 10 settembre 1997, che è stato nel caso “applicato nel 1997”, e pertanto “non retroattivamente” come invece indicato nell’impugnata sentenza, ha “carattere   procedimentale   e   non   eleva l’imponibile o l’aliquota”.
    Il motivo è fondato.  Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, in tema di imposte dirette, il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, comma 4, ove consente di rettificare con metodo sintetico la dichiarazione del contribuente, quando risulti la non congruità della "determinazione analitica in base ad elementi e circostanze di fatto certi", non esige un preventivo riscontro dell’impossibilità (o difficoltà) di una revisione di tipo analitico delle poste indicate dal dichiarante,   essendo   all’uopo   sufficiente,   che l’imponibile, come risultante dai dati enunciati dal contribuente, si appalesi complessivamente in contrasto con la realtà evidenziata su base presuntiva da detti elementi e circostanze; ne consegue che, qualora l’ufficio abbia sufficientemente motivato l’accertamento sintetico, sia specificando gli indici di ricchezza, sia dimostrando la loro astratta idoneità a rappresentare una capacità contributiva non dichiarata, il provvedimento di rettifica del reddito è di per sé legittimo, non essendo necessario che sia stato preceduto dal riscontro analitico della congruenza e della verosimiglianza dei singoli cespiti di reddito dichiarati dal contribuente (v. Cass. 20/6/2007, n. 14367. V. anche Cass. 14/6/1996, n.5507).
    Il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, (nel testo originario, applicabile ratione temporis), nel consentire la rettifica con metodo sintetico delle  dichiarazioni presentate dalle persone fisiche, previa "determinazione analitica" del reddito complessivo, non richiede invero un provvedimento amministrativo d’imposizione tributaria che funga da atto presupposto necessario dell’avviso di accertamento sintetico - e neppure la previa contestazione delle singole componenti la dichiarazione si da evidenziare la necessità di rettifica-, ma soltanto un atto, anche meramente privato, quale è la dichiarazione tributaria del contribuente, per sua natura analitica, che abbia struttura e funzione anche di atto istruttorio nel procedimento amministrativo di accertamento sintetico   (v.   Cass. 30/1/2007, n. 1908; Cass. 21/10/2005, n. 20408).
    Sotto altro profilo si è invero sottolineato che con riguardo alla rettifica, con metodo sintetico, del reddito complessivo delle persone fisiche, è legittima l’applicazione degli indici e coefficienti presuntivi di reddito (cosiddetto redditometro) stabiliti nei D.M. 10 settembre 1992 e D.M. 19 Novembre 1992 ai redditi maturati in epoca anteriore alla entrata in vigore degli stessi, attesa la natura esclusivamente procedimentale di detti strumenti normativi secondari, la cui emanazione è prevista dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, a fini esclusivamente accertativi e probatori, e dei quali è escluso ogni carattere sostanziale, non contenendo essi alcuna norma per la determinazione del reddito (v. Cass. 21/11/2000, n. 15045).
    In giurisprudenza di legittimità si è per altro verso precisato che in tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla rettifica, con metodo sintetico, del reddito complessivo sulla scorta di elementi e circostanze di fatto certi, utilizzabili anche dal Ministero delle finanze per la fissazione dei coefficienti presuntivi ai sensi dell’alt, nel D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, consente il riferimento a redditometri contenuti in decreti ministeriali   emanati successivamente ai periodi d’imposta da verificare, senza porre problemi di retroattività, poiché il potere in concreto disciplinato è quello di accertamento, sul quale non viene ad incidere il momento della elaborazione.
    Le medesime considerazioni si attagliano ai redditometri successivi alla L. n. 413 del 1991 - che ha introdotto modifiche al citato art. 38, non risultando in particolare ipotizzabile la violazione della riserva di legge in materia impositiva di cui all’art. 23 Cost., né il principio di irretroattività della legge di cui all’art. 11 preleggi.
    Né, in contrario, depone al riguardo la disposizione di cui al D.M. 10 settembre 1992, art. 5, comma 3, (la quale, nel fare salvi gli effetti degli accertamenti eseguiti in applicazione del precedente redditometro D.M. 21 luglio 1983, stabilisce che “il contribuente può, tuttavia, chiedere,qualora l’accertamento non sia divenuto definitivo, che il reddito venga rideterminato sulla base dei criteri adottati nell’art. 3 del presente decreto”), avendo essa palese finalità transitoria e, salva la definitività dell’accertamento, consentendo al contribuente di chiedere all’ufficio l’applicazione dei nuovi criteri (i quali, per gli accertamenti ancora da compiere   sono   invece   destinati   senz’altro   a   regolare    l’azione amministrativa), a tale stregua pertanto esclusa proprio l’(automatica) applicabilità del redditometro precedente (v. Cass. 30/8/2002, n. 12731; Cass. n. 11607 del 2001; Cass. n. 11611/2001).
    La fondatezza del motivo comporta l’accoglimento del ricorso, con conseguente cassazione dell’impugnata sentenza.
    Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto può farsi luogo a decisione nel merito della controversia ex art. 384 c.p.c., comma 1, con rigetto del ricorso introduttivo dei contribuenti.
    In considerazione delle vicende del processo, ricorrono invero giusti motivi per disporre la totale compensazione tra le parti delle spese dell’intero giudizio.
P.Q.M. - La Corte
    Accoglie il ricorso. Cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo dei contribuenti. Compensa le   spese dell’intero giudizio.
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Provvedimento Direttore Agenzia Entrate 11 febbraio 2009, protocollo n. 20996  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:49
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Provvedimento Direttore Agenzia Entrate  11 febbraio 2009, protocollo  n. 20996
Aggiornamento per gli anni 2008 e 2009 della tabella allegata al decreto ministeriale 10 settembre 1992 (come modificato dal decreto ministeriale 19  novembre 1992) riguardante la determinazione, ai fini dell’imposta sul  reddito delle persone fisiche, degli indici e coefficienti presuntivi di  reddito o di maggior reddito, in relazione agli elementi indicativi di  capacità contributiva.
(Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate) [Pubblicato il 12/2/2009 ai sensi dell'art. 1, comma 361, L. 24/12/2007 n. 244] In base alle attribuzioni conferitegli dalle norme riportate nel seguito del presente provvedimento,
 
Dispone:
 
    1. Aggiornamento e conversione in euro della tabella.
    1.1. Per i periodi d’imposta 2008 e 2009 gli importi contenuti nella tabella allegata al decreto del Ministro delle finanze 10 settembre 1992, così come sostituita dal decreto del Ministro delle finanze 19 novembre 1992, sono aggiornati e convertiti in euro in base al tasso ufficiale di cambio fissato con il regolamento CE n. 2866/98 del 31 dicembre 1998, come indicato nell’allegato A al presente provvedimento.
 
    Motivazioni
    In attuazione di quanto disposto dall’art. 38, quarto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, il decreto del Ministro delle finanze 10 settembre 1992 ha   determinato,   ai   fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, gli indici ed i coefficienti presuntivi di reddito o di maggior reddito in relazione agli elementi indicativi di capacità contributiva (c.d. “redditometro”), valutati con riferimento alla disponibilità dei beni e dei servizi descritti nella tabella allegata al decreto medesimo.
    L’art. 5, comma 1, del citato decreto del Ministro delle finanze, prevede che gli importi stabiliti nell’allegata tabella sono adeguati ogni due anni sulla base delle variazioni percentuali dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività   nazionale   calcolato   dall’Istituto Nazionale di Statistica.
    Per i bienni 1994-1995 e 1996-1997 l’aggiornamento è stato attuato con l’emanazione del decreto del Direttore Generale  del Dipartimento delle entrate 29 aprile 1999 e per il biennio 1998-1999 con il decreto del Direttore Generale del Dipartimento delle entrate 21 settembre 1999.
    Per il biennio 2000-2001 l’adeguamento è stato attuato con l’emanazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 7 gennaio 2005.
    Per il biennio 2002-2003 l’aggiornamento   è   stato   attuato   con l’emanazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 5 aprile 2005.
    Per il biennio 2004-2005 l’adeguamento è stato attuato con l’emanazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 17 maggio 2005.
    Per il biennio 2006-2007 l’aggiornamento   è   stato   attuato   con l’emanazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 14 febbraio 2007.
    Il presente provvedimento dispone l’aggiornamento, per il biennio 2008-2009, degli importi indicati nella tabella allegata al decreto del Ministro delle finanze 10 settembre 1992 (come sostituita dal decreto del Ministro delle finanze 19 novembre 1992).
    L’Istituto Nazionale di Statistica, con nota Prot. n. 19 B del 18 settembre 2008, ha certificato che la variazione percentuale verificatasi nel periodo giugno 1992 – giugno 2008 è stata pari al 56,2 per cento in aumento.
    La nuova tabella è redatta con gli importi espressi in euro, in applicazione del tasso ufficiale di cambio fissato con regolamento CE n. 2866/98 del 31 dicembre 1998.
 
    Riferimenti normativi
    Attribuzioni del Direttore dell’Agenzia delle entrate
    Decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300 (art. 57; art. 62; art. 66;
art. 67, comma 1; art. 68, comma 1; art. 71, comma 3, lettera a); art. 73,
comma 4);
    Decreto del Ministro delle finanze 28 dicembre 2000, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 9 del 12 gennaio 2001;
    Regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle entrate, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 36 del 13 febbraio 2001 (art. 2, comma 1);
    Statuto dell’Agenzia delle entrate, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 42 del 20 febbraio 2001 (art. 5, comma 1; art. 6, comma 1).
 
    Disciplina normativa di riferimento
    Art. 38, quarto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 e successive modificazioni;
    Decreto del Ministro delle finanze 10 settembre 1992 – pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 218 del 16 settembre 1992 - così come modificato dal decreto del Ministro delle finanze 19 novembre 1992 – pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 278 del 25 novembre 1992 - recante la determinazione,
ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, degli indici e coefficienti presuntivi di reddito o di maggior reddito, in relazione agli elementi indicativi di capacità contributiva   descritti   nell’allegata tabella;
    Decreto direttoriale 29 aprile 1999 – pubblicato nella   Gazzetta Ufficiale n. 115 del 19 maggio 1999 – con il quale la predetta tabella è stata aggiornata relativamente ai bienni 1994-1995 e 1996-1997;
    Decreto direttoriale 21 settembre 1999 – pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 237 dell’8 ottobre 1999 – con il quale la citata tabella è stata adeguata relativamente al biennio 1998-1999, nonché convertita in euro per il periodo d’imposta 1999;
    Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 7 gennaio 2005 –
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 26 del 2 febbraio 2005 – concernente l’aggiornamento e la conversione in euro della predetta tabella per il biennio 2000-2001;
    Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 5 aprile 2005 –
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 98 del 29 aprile 2005 – recante l’adeguamento e la conversione in euro della richiamata tabella per il biennio 2002-2003;
    Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 17 maggio 2005 –
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 129 del 6 giugno 2005 – concernente l’aggiornamento e la conversione in euro della predetta tabella per il biennio 2004-2005;
    Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 14 febbraio 2007
– pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 51 del 2 marzo 2007 – recante  l’adeguamento e la conversione in euro della citata tabella per il biennio 2006-2007;
    Regolamento CE n. 1103/97 del 17 giugno 1997, relativo a talune disposizioni per l’introduzione dell’euro;
    Regolamento CE n. 974/98 del 3 maggio 1998, relativo all’introduzione dell’euro;
    Decreto legislativo 24 giugno 1998, n. 213, concernente disposizioni in materia di introduzione dell’euro nell’ordinamento nazionale;
    Regolamento CE n. 2866/98 del 31 dicembre 1998, che fissa il tasso ufficiale di cambio dell’euro in misura pari a £ 1.936,27;
    Decreto legislativo 15 giugno 1999, n. 206, recante disposizioni integrative e correttive del citato decreto legislativo n. 213 del 1998;
    Decreto-legge 25 settembre 2001, n. 350, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 409, concernente disposizioni urgenti in vista dell’introduzione dell’euro.
    La pubblicazione del presente   provvedimento   sul  sito   internet  dell’Agenzia delle entrate tiene luogo della pubblicazione nella Gazzetta  Ufficiale, ai sensi dell’articolo 1, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.
 
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Sent. n. 8 del 13 gennaio 2009 (ud. del 2 dicembre 2008)  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:49
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Sent. n. 8 del 13 gennaio 2009 (ud. del 2 dicembre 2008) della Comm. trib. prov. di Lecce, Sez. VIII - Pres. Tuccari, Rel. Fiorentino  Imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) - Accertamento   - Accertamento sintetico - Art. 38, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 -Redditometro - Incrementi patrimoniali - Elargizioni fra coniugi    

Massima - Non è legittimo il ricorso all’accertamento   sintetico allorquando gli incrementi patrimoniali (nella specie, acquisto di bene immobile) non giustificabili sulla base del reddito imponibile dichiarato siano il frutto di elargizioni o finanziamenti da parte del coniuge, documentalmente comprovati.

    Fatto - Con ricorso depositato il (omissis), (omissis) opponeva l'Avviso di Accertamento ricevuto il (omissis) con il quale l'Agenzia delle Entrate LECCESE chiedeva il pagamento di IRPEF e sanzioni per l'anno (omissis) perché era risultato un incremento patrimoniale   di   Lire   (omissis) correlabile all'atto di compravendita rogato dal notaio (omissis) per Euro(omissis) che faceva ritenere non congruo, per due o più periodi di imposta, il reddito dichiarato di Lire (omissis).
    Rilevava la totale infondatezza dell'accertamento, della motivazione e della irrogazione sanzioni. Per l'acquisto del bene immobile, di cui all'atto notaio (omissis), aveva ricevuto le relative somme - Euro (omissis) - dal coniuge (omissis) titolare di impresa stradale e movimento terra, corrente in (omissis). Le somme erano  state prelevate dai conti a lui intestati - n. (omissis) - presso Banca (omissis) e Banca (omissis) come indicato nello stesso atto pubblico di trasferimento della proprietà.
Aggiungeva elle il marito (omissis), era titolare di avviata impresa stradale, ed il finanziamento erogatole costituiva il risparmio di una intera vita lavorativa.
    Con atto n. (omissis) si costituiva l'Agenzia delle Entrate - ufficio di Lecce -, e chiedeva il rigetto dell'opposizione. Esponeva  che rilevata la discordanza tra il costo dell'immobile acquistato, ed il reddito dichiarato, aveva mandato un questionario per ottenere specifici chiarimenti, ed  invitando la parte ad esibire eventuali atti certificanti disponibilità di  ulteriori beni immobili o mobili. La ricorrente si era limitata ad inviare copia dell'atto di acquisto del (omissis) precisando che l'acquisto era avvenuto "in virtù di un finanziamento ricevuto dal coniuge (omissis).
Accertato, tramite anagrafe tributaria, che il coniuge aveva avuto un reddito di (omissis) per l'anno (omissis) e di (omissis) per il l'anno (omissis), è apparso, tale reddito, del tutto insufficiente a giustificare la quota di incremento patrimoniale imputabile alla ricorrente, per cui non poteva trovare giustificazione un investimento di Euro (omissis). Aggiungeva  che i coniugi vivevano in regime di separazione dei beni, e che dall'atto notarile si rilevava che al pagamento   del   bene   aveva   provveduto direttamente, mediante assegni circolari non trasferibili, emessi per differenti importi da diversi Istituti di Credito (omissis). Per tale motivo si era proceduto alla determinazione del reddito in modo sintetico, ai sensi dell'art. 38 commi 4-5-6, del DPR 600/73. La prova contraria non era stata fornita. Aveva poi, solo in sede di gravame, precisato che gli assegni richiamati nel contratto di compravendita, erano stati emessi su conti correnti intestati al marito, praticamente due anni dopo rinvio del questionario, il marito sarebbe l'effettivo acquirente, per cui il negozio sarebbe da ritenere un atto di acquisto posto in essere con finalità elusive. All'udienza del (omissis) fissata per la trattazione, la causa, dopo la discussone, è stata introitata per la decisione.
 
    Motivi - Il thema decidendum di questa causa è accertare se la ricorrente ha provato di aver acquistato il bene immobile di cui all'atto notarile (omissis) con un finanziamento da parte del marito (omissis).
Dall'atto notarile, depositato a cura della ricorrente, emergono in maniera analitica i (omissis) assegni circolari emessi dalla Banca (omissis), di Euro (omissis) cadauno, per un importo di Euro (omissis) i A dell'importo di Euro (omissis) su Banca (omissis) oltre ai due di Euro (omissis) ancora di Banca (omissis) per un totale complessivo di Euro (omissis) oltre ad Euro (omissis) pagati "prima e fuori di questo atto".
    A prova che gli assegni indicati nell'atto notarile provengano dai conti correnti di (omissis), è stata depositata certificazione di (omissis) e Banca (omissis), entrambe in data (omissis).
    La ricorrente ha adempiuto a quanto chiesto con il questionario, per cui l'opposizione va accolta. Si presenta equa la compensazione delle spese dei giudizio, perché la prova, anche se le indicazioni nel questionario vi erano tutte, è stata fornita solo in giudizio.
 
P.Q.M. - La Commissione accoglie il ricorso. Spese compensate.
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Sent. n. 3568 del 13 febbraio 2009 (Ud. del 20 novembre 2008)  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:49
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Sent. n. 3568 del 13 febbraio 2009 (Ud. del 20 novembre 2008) della Corte Cass., Sez. tributaria – Pres. Prestipino, Rel. Zanichelli
Imposte dirette – Redditometro – Il Contribuente prova la capacità reale – Misura inferiore -

 

Svolgimento del processo – F.M. ricorre per cassazione nei confronti della sentenza in epigrafe della Commissione Tributaria Regionale che, riformando la decisione di primo grado, ha rigettato i suoi ricorsi riuniti avverso due avvisi di accertamento relativi agli anni 1989 e 1990.

    Resiste l'Amministrazione con controricorso.
    La causa è stata assegnata alla camera di consiglio, essendosi ravvisati i presupposti di cui all'art. 375 c.p.c..
 
    Motivi della decisione - I due motivi di ricorso con cui la sentenza impugnata viene censurata per avere il   giudice   d'appello   ritenuto sussistente il maggior reddito accertato sulla sola base della proprietà in capo al contribuente di un'abitazione e di un'autovettura senza motivare in ordine alla rilevanza di tali dati sono manifestamente infondati, posto che "In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la determinazione del reddito effettuata sulla base dell'applicazione del cosiddetto redditometro dispensa l'Amministrazione finanziaria da qualunque ulteriore prova rispetto ai fatti - indici di maggiore capacità contributiva, individuati dal redditometro stesso e posti a base della pretesa tributaria fatta valere, e pone a carico del contribuente l'onere di dimostrare che il reddito presunto sulla base del redditometro non esiste o esiste in misura inferiore" (Cassazione civile, sez. trib., 1 luglio 2003, n. 10350) e il giudice a quo, con accertamento in fatto non censurabile in questa sede, ha ritenuto non fornita la prova contraria.
    Il ricorso deve dunque essere rigettato. Le   spese   seguono   la soccombenza.
    
P.Q.M. - La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione in favore dell'Amministrazione delle spese del giudizio che liquida in complessivi Euro 1.600, di cui Euro 1.500 per onorari, oltre a spese generali e accessori di legge.
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Sent. n. 29 del 21 gennaio 2009 (ud. del 5 dicembre 2008)  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:48
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Sent. n. 29 del 21 gennaio 2009 (ud. del 5 dicembre 2008) della Comm. trib. prov. di Rieti, Sez. I - Pres. Canzio, Rel. Ricci Imposta sul valore aggiunto (IVA) - Accertamento - Tenuta della contabilità - Registri obbligatori - Utilizzo strumenti informatici - Fattispecie  - Fatture presenti sul supporto informatico - Art. 52, D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633
   
Massima - E’ illegittimo il recupero a tassazione fondato sull’omessa registrazione sul registro delle fatture emesse comunque presenti sul supporto informatico e regolarmente riportate in sede di dichiarazione annuale con indicazioni di tutti i ricavi conseguiti. Non può ritenersi sottratto ad ispezione la documentazione non perfettamente ordinata o per la quale vi sia stata mera disattenzione da parte del contribuente, fatta salva l’applicazione delle sanzioni comunque irrogabili.
    Fatto e Diritto - Con avviso di accertamento n. (...) relativo all'anno d'imposta 2004, emesso il 19.11.2007 in materia di IRES, IVA, ed IRAP e notificato il 4.12.2007, l'Agenzia delle Entrate - Ufficio di Rieti, relativamente all'attività di impresa esercitata dalla parte (manutenzione e riparazione macchinati),   determinava   presuntivamente,   applicando   lo strumento costituito dagli studi di settore, di cui all'art. 62 bis del D.L. 30.08.1993 n. 331, convertito, con modificazioni, dalla L. 29.10.90 n. 427, maggiori ricavi per Euro 108.012,00; importo che veniva   interamente recuperato a tassazione ai fini dette imposte sopra   indicate,   con conseguenti maggiori imposte e sanzioni.
    Avverso tale atto ricorreva tempestivamente e ritualmente la parte eccependone l'illegittimità per difetto di motivazione e l'infondatezza, avendo omesso l'Ufficio di analizzare i fattori oggettivi e soggettivi dell'azienda verificata emersi dal contraddittorio (diminuzione   delle commesse per stato di crisi delle aziende committenti) e fondando, invece, le rettifiche operate alla dichiarazione di parte solo sulle risultanze dello studio di settore e senza enunciare l'esistenza di ulteriori gravi incongruenze. Posizioni che venivano ribadite   con   memoria   aggiunta depositata il 5.12.2008.
    Concludendo la parte chiedeva pronunciarsi la declaratoria di nullità dell'atto impugnato. Con vittoria di spese, competenze ed onorari.
    A tale impugnativa resisteva l'Ufficio delle Entrate,   con   atto depositato il 31.03.08, ribadendo la legittimità e la fondatezza dell'atto impugnato, fondato sullo studio di settore aderente alla realtà aziendale e pienamente   affidabile   nell'accertamento   della    effettiva    capacità contributiva.
    Concludeva l'ufficio chiedendo il rigetto del ricorso, con vittoria di spese ed onorari.
    Poiché nelle more della fissazione dell'udienza veniva notificata alla parte la cartella esattoriale n. (...) recante un'imposta di Euro 30.724,06 a titolo di iscrizione provvisoria, la parte proponeva   istanza   di sospensione della stessa.
    Tale istanza, esaminata nell'udienza del 17.10.08, nella quale la parte produceva atto del Tribunale di Rieti del 1.07.2008 recante la nomina del liquidatore della società ricorrente, veniva accolta.
    All'udienza del 19.12.08, la controversia veniva posta in discussione e le parti si riportavano alle rispettive deduzioni in atti. Al termine, la Commissione riservava la decisione.
    All'udienza del 6 febbraio 2009, la Commissione così decideva.
 
    Decisione - La questione posta alla Commissione verte sulla legittimità e fondatezza di un avviso di accertamento, di natura presuntiva e che si afferma essere stato redatto esclusivamente con riferimento allo strumento costituito dagli studi di settore, di cui all'art. 62 bis del D.L. 30.08.1993 n. 331, convertito, con modificazioni, dalla L. 29.10.90 n. 427, e sulla fondatezza delle risultanze derivanti da tale applicazione.
    La Commissione in proposito osserva quanto appresso.
    1. Dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr., fra altre, Sez. 5, Sent. n. 5977 del 14/03/2007 "I c.d. studi di settore introdotti dagli artt. 62 - bis e 62 - sexies del D.L. n. 331 del 1993, direttamente derivanti dai "redditometri" o "coefficienti di reddito e di ricavi" previsti dal D.L. 2 marzo 1989, n. 69, convertito in legge 27 aprile 1989, n. 154, idonei a fondare semplici presunzioni, sono, infatti, da ritenere supporti ragionali offerti dall'amministrazione al giudice, paragonabili ai bollettini di quotazioni di mercato o ai notiziari Istat, nei quali è possibile reperire dati medi presuntivamente esatti: i dati in tal modo presunti possono, pertanto, essere utilizzati dall'ufficio   anche   in contrasto con le risultanze di scritture contabili regolarmente tenute, finché non ne sia dimostrata l'infondatezza mediante idonea prova contraria, il cui onere è a carico del contribuente") è lecito ricavare che gli studi di settore:
    - devono ritenersi pur sempre strumenti presuntivi   di   reddito,nonostante l'affinamento rispetto ai precedenti analoghi, con la conseguenza che il contribuente può sempre dimostrare l'insussistenza dei presupposti per l'applicazione dei maggiori indici di reddito in essi previsti, specialmente nel caso in cui esso si trovi in un periodo  di svolgimento anomalo dell'attività;
    - l'accertamento basato sugli studi di settore è strumento per definire la capacità contributiva del contribuente;
    - lo   scostamento   dei   ricavi   dichiarati   da   quelli   ricavati dall'applicazione dello studio di settore, legittima l'ufficio a procedere all'accertamento e, in assenza di una ragione evidente e convincente, deve considerarsi prova di una maggiore capacità contributiva.
    2. Sulla legittimità dell'utilizzo di tale strumento ai fini accertativi non possono esservi dubbi, posto che la norma (art. 62 sexies 62 bis del D.L. 30.08.1993 n. 331, convertito, con modificazioni, dalla L. 29.10.90 n. 427) stabilisce che gli accertamenti possono   essere   fondati   anche sull'esistenza di gravi incongruenze fra i ricavi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi settore, come nella fattispecie (cfr. Cass. Sez. 5, Sent. n. 8643 del 06/04/2007).
    3. Risulta, peraltro, come emerge dall'avviso di accertamento (pag. 3), che l'Ufficio, partendo dall'esame dei dati ed "... elementi indicati nel modello Unico 2005... e nel modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore ad esso allegato", è pervenuto alla constatazione che l'ammontare dei ricavi dichiarati fosse inferiore a quello derivante dall'applicazione degli studi di settore TD32U, applicabile al contesto in quanto riferito all'attività   svolta   dal contribuente. Il raffronto dei ricavi determinati con l'applicazione dello studio di settore con quelli dichiarati faceva emergere uno scostamento verificatosi anche per l'anno precedente) che la parte veniva invitata a giustificare in   sede   di   contraddittorio   finalizzato   all'eventuale definizione dell'accertamento con adesione. Poiché, peraltro, la parte non avrebbe prodotto idonea giustificazione dello scostamento ma solo atti e dichiarazioni ritenute "generiche e non   specificamente   documentate", l'Ufficio procedeva a notificare l'accertamento impugnato.
    Deve, dunque ritenersi dimostrato che, per pervenire alle conclusioni di cui sopra, l'Ufficio ha utilizzato dati presenti nella dichiarazione e nel "modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore", che il contribuente stesso ha pimentato in allegato alla propria dichiarazione,   fornendo   così   all'amministrazione   dati conoscitivi concretamente inerenti la realtà aziendale. Di conseguenza, sulla specifica doglianza si deve concludere che fatto impugnato è anche fondato, contrariamente a quanto asserito dalla parte, su dati inerenti i fatti propri e contingenti dell'azienda verificata.
    4. Proprio perché lo studio di settore si basa su dati effettuali della verificata, le incongruenze verificate, ove non trovino una ragione evidente e convincente, devono considerarsi non più presunzioni ma prove di una capacità contributiva non dichiarata.
    Sull'affidabilità di tale strumento per pervenire alla determinazione dell'effettiva capacità contributiva del contribuente, elemento determinante per valutarne anche la legittimità, secondo la sentenza della Corte Costituzionale n. 105 del 26.3/1.04.03, questo Collegio conviene, tenuto conto che i criteri con i quali si perviene alla quantificazione dei ricavi presunti utilizzano le variabili strutturali aziendali e costituiscono un razionale sistema di determinazione del reddito, fondato, a monte, da analisi micro - economiche e analisi statistiche. Ed infatti lo strumento dello studio di settore ha, a monte, una specifica attività di analisi
consistente in:
    - individuazione di elementi, posti a base del ragionamento presuntivo per la stima dei ricavi, da parte esperti e tecnici;
    - richiesta al contribuente di dati aziendali ed elaborazione delle risposte.
    5. Si deve tuttavia osservare che nel verbale n. (...) redatto il 18.10.2007 ai fini dell'accertamento con adesione e prodotto in copia dalla parte, ha dedotto circostanze (cessazione di attività da parte di sei su sette delle società committenti) che avrebbero causato una diminuzione del 50% del personale dipendente ed indotto la società a   diversificare
l'attività per evitare la cessazione della stessa.
   Tali circostanze, che darebbero conto della sussistenza di un contesto di non normalità, sono state ritenute dall'Ufficio "generiche e non specificamente documentate", senza, tuttavia, dare   ragione   di   tale valutazione.
    Questo Collegio non può concordare con tale conclusione dell'Ufficio per i motivi che seguono.
    A - La crisi prima e la cessazione poi di attività delle aziende  committenti, specificamente indicate nel verbale nonché la conseguente diminuzione del personale della ricorrente, non possono essere considerate circostanze generiche ma, al contrario, circostanze precise, concrete e verificabili.
    La prima circostanza dedotta costituisce fatto notorio e di comune esperienza, almeno per la collettività della provincia di Rieti ed il giudice può avvalersi di esso (cfr. Cass. Sez. 5, Sent. n. 5232 del 28/02/2008) pur derogando al principio dispositivo le prove e al principio del contraddittorio, purché inteso in senso rigoroso, e cioè come tatto acquisito alla conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire incontestabile. In ogni caso, poiché la parte indicava con precisione tali aziende, ove tale affermazione non fosse stata veritiera, era nella possibilità e facoltà dell'Ufficio contestare la circostanza anche in sede di costituzione in giudizio, ma ciò non risulta.
    La seconda circostanza dedotta, la riduzione del personale,   era verificabile dal raffronto dei dati desumibili dal quadro "Personale addetto all'attività" del "modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore" relativo alle diverse annualità.
    B - La sussistenza di un contesto di non normalità è confermata, sia pure a posteriori ed indirettamente, dalla nomina, intervenuta il 1.07.2008, della nomina del liquidatore della società.
    Per quanto sopra, dunque, si debbono ritenere come precise, concrete e verificabili le circostanze addotte per rappresentare la sussistenza di un contesto di "non normalità"; esse, costituiscono, dunque, una ragione evidente e convincente dello scostamento dei ricavi dichiarati da quelli desumibili dallo studi di settore.
    6. Da tutto ciò consegue che l'atto impugnato, pur se legittimo, non può ritenersi fondato in quanto la maggiore capacità contributiva ipotizzata dall'avviso di accertamento impugnato non risulta adeguatamente provata alla luce delle ragioni addotte dalla parte ricorrente.
    Per tali considerazioni il ricorso va accolto.
    Sussistono, peraltro, giusti   motivi   per   dichiarare   interamente compensate tra le parti le spese del giudizio.
 
P.Q.M. - La Commissione accoglie il ricorso. Spese compensate.
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Sent. n. 51 del 6 febbraio 2009 (ud. del 6 febbraio 2009)  --  
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Thu 11/12/2009 @ 04:48
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Sent. n. 51 del 6 febbraio 2009 (ud. del 6 febbraio 2009) della Comm. trib. prov. di Rieti, Sez. I - Pres. Canzio, Rel. Mazzatosta  Imposta sul reddito delle società (IRES) - Imposta regionale sulle attività  produttive (IRAP) - Imposta sul valore aggiunto (IVA) - Accertamento - Accertamento induttivo - Art. 39, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 - Studi di settore - Artt. 62-bis e 62-sexies, D.L. 30 agosto 1993, n. 331 -  Componenti positivi di reddito - Scostamento - Motivazioni - Valutazione
   
Massima - Gli studi di settore costituiscono degli strumenti attraverso i quali determinare in via induttiva la capacità   contributiva   del contribuente allorquando lo scostamento fra i ricavi dichiarati e quelli desumibili dagli studi appaia di tale entità ed abnorme sproporzione che non trovi giustificazione. Tuttavia, il contribuente è sempre ammesso ad assolvere all’onere probatorio sulla dimostrazione   delle   circostanze concrete che palesino le ragioni di tale scostamento, quali lo stato di crisi, la diminuzione del personale impiegato e la messa in stato di liquidazione dell’azienda.
    Fatto e Diritto - Con avviso di accertamento n. (...) relativo all'anno d'imposta 2004, emesso il 19.11.2007 in materia di IRES, IVA, ed IRAP e notificato il 4.12.2007, l'Agenzia delle Entrate - Ufficio di Rieti, relativamente all'attività di impresa esercitata dalla parte (manutenzione e riparazione macchinati),   determinava   presuntivamente,   applicando   lo strumento costituito dagli studi di settore, di cui all'art. 62 bis del D.L. 30.08.1993 n. 331, convertito, con modificazioni, dalla L. 29.10.90 n. 427, maggiori ricavi per Euro 108.012,00; importo che veniva   interamente recuperato a tassazione ai fini dette imposte sopra   indicate,   con conseguenti maggiori imposte e sanzioni.
    Avverso tale atto ricorreva tempestivamente e ritualmente la parte eccependone l'illegittimità per difetto di motivazione e l'infondatezza, avendo omesso l'Ufficio di analizzare i fattori oggettivi e soggettivi dell'azienda verificata emersi dal contraddittorio (diminuzione   delle commesse per stato di crisi delle aziende committenti) e fondando, invece, le rettifiche operate alla dichiarazione di parte solo sulle risultanze dello studio di settore e senza enunciare l'esistenza di ulteriori gravi incongruenze. Posizioni che venivano ribadite   con   memoria   aggiunta depositata il 5.12.2008.
    Concludendo la parte chiedeva pronunciarsi la declaratoria di nullità dell'atto impugnato. Con vittoria di spese, competenze ed onorari.
    A tale impugnativa resisteva l'Ufficio delle Entrate,   con   atto depositato il 31.03.08, ribadendo la legittimità e la fondatezza dell'atto impugnato, fondato sullo studio di settore aderente alla realtà aziendale e pienamente   affidabile   nell'accertamento   della    effettiva    capacità contributiva.
    Concludeva l'ufficio chiedendo il rigetto del ricorso, con vittoria di spese ed onorari.
    Poiché nelle more della fissazione dell'udienza veniva notificata alla parte la cartella esattoriale n. (...) recante un'imposta di Euro 30.724,06 a titolo di iscrizione provvisoria, la parte proponeva   istanza   di sospensione della stessa.
    Tale istanza, esaminata nell'udienza del 17.10.08, nella quale la parte produceva atto del Tribunale di Rieti del 1.07.2008 recante la nomina del liquidatore della società ricorrente, veniva accolta.
    All'udienza del 19.12.08, la controversia veniva posta in discussione e le parti si riportavano alle rispettive deduzioni in atti. Al termine, la Commissione riservava la decisione.
    All'udienza del 6 febbraio 2009, la Commissione così decideva.
   Decisione - La questione posta alla Commissione verte sulla legittimità e fondatezza di un avviso di accertamento, di natura presuntiva e che si afferma essere stato redatto esclusivamente con riferimento allo strumento costituito dagli studi di settore, di cui all'art. 62 bis del D.L. 30.08.1993 n. 331, convertito, con modificazioni, dalla L. 29.10.90 n. 427, e sulla fondatezza delle risultanze derivanti da tale applicazione.
    La Commissione in proposito osserva quanto appresso.
    1. Dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr., fra altre, Sez. 5, Sent. n. 5977 del 14/03/2007 "I c.d. studi di settore introdotti dagli artt. 62 - bis e 62 - sexies del D.L. n. 331 del 1993, direttamente derivanti dai "redditometri" o "coefficienti di reddito e di ricavi" previsti dal D.L. 2 marzo 1989, n. 69, convertito in legge 27 aprile 1989, n. 154, idonei a fondare semplici presunzioni, sono, infatti, da ritenere supporti ragionali offerti dall'amministrazione al giudice, paragonabili ai bollettini di quotazioni di mercato o ai notiziari Istat, nei quali è possibile reperire dati medi presuntivamente esatti: i dati in tal modo presunti possono, pertanto, essere utilizzati dall'ufficio   anche   in contrasto con le risultanze di scritture contabili regolarmente tenute, finché non ne sia dimostrata l'infondatezza mediante idonea prova contraria, il cui onere è a carico del contribuente") è lecito ricavare che gli studi di settore:
    - devono ritenersi pur sempre strumenti presuntivi   di   reddito, nonostante l'affinamento rispetto ai precedenti analoghi, con la conseguenza che il contribuente può sempre dimostrare l'insussistenza dei presupposti per l'applicazione dei maggiori indici di reddito in essi previsti, specialmente nel caso in cui esso si trovi in un periodo di svolgimento anomalo dell'attività;
    - l'accertamento basato sugli studi di settore è strumento per definire la capacità contributiva del contribuente;
    - lo   scostamento   dei   ricavi   dichiarati   da   quelli  ricavati dall'applicazione dello studio di settore, legittima l'ufficio a procedere all'accertamento e, in assenza di una ragione evidente e convincente, deve considerarsi prova di una maggiore capacità contributiva.
    2. Sulla legittimità dell'utilizzo di tale strumento ai fini accertativi non possono esservi dubbi, posto che la norma (art. 62 sexies 62 bis del D.L. 30.08.1993 n. 331, convertito, con modificazioni, dalla L. 29.10.90 n. 427) stabilisce che gli accertamenti possono   essere   fondati   anche sull'esistenza di gravi incongruenze fra i ricavi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi settore, come nella fattispecie (cfr. Cass. Sez. 5, Sent. n. 8643 del 06/04/2007).
    3. Risulta, peraltro, come emerge dall'avviso di accertamento (pag. 3), che l'Ufficio, partendo dall'esame dei dati ed "... elementi indicati nel modello Unico 2005... e nel modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore ad esso allegato", è pervenuto alla constatazione che l'ammontare dei ricavi dichiarati fosse inferiore a quello derivante dall'applicazione degli studi di settore TD32U, applicabile al contesto in quanto riferito all'attività   svolta   dal contribuente. Il raffronto dei ricavi determinati con l'applicazione dello studio di settore con quelli dichiarati faceva emergere uno scostamento (verificatosi anche per l'anno precedente) che la parte veniva invitata a giustificare in   sede   di   contraddittorio   finalizzato   all'eventuale definizione dell'accertamento con adesione. Poiché, peraltro, la parte non avrebbe prodotto idonea giustificazione dello scostamento ma solo atti e dichiarazioni ritenute "generiche e non   specificamente   documentate",l'Ufficio procedeva a notificare l'accertamento impugnato.
    Deve, dunque ritenersi dimostrato che, per pervenire alle conclusioni di cui sopra, l'Ufficio ha utilizzato dati presenti nella dichiarazione e nel "modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore", che il contribuente stesso ha pimentato in allegato alla propria dichiarazione,   fornendo   così   all'amministrazione   dati conoscitivi concretamente inerenti la realtà aziendale. Di conseguenza, sulla specifica doglianza si deve concludere che  fatto impugnato è anche fondato, contrariamente a quanto asserito dalla parte, su dati inerenti i fatti propri e contingenti dell'azienda verificata.
    4. Proprio perché lo studio di settore si basa su dati effettuali della verificata, le incongruenze verificate, ove non trovino una ragione evidente e convincente, devono considerarsi non più presunzioni ma prove di una capacità contributiva non dichiarata.
    Sull'affidabilità di tale strumento per pervenire alla determinazione dell'effettiva capacità contributiva del contribuente, elemento determinante per valutarne anche la legittimità, secondo la sentenza della Corte Costituzionale n. 105 del 26.3/1.04.03, questo Collegio conviene, tenuto conto che i criteri con i quali si perviene alla quantificazione dei ricavi presunti utilizzano le variabili strutturali aziendali e costituiscono un razionale sistema di determinazione del reddito, fondato, a monte, da analisi micro - economiche e analisi statistiche. Ed infatti lo strumento dello studio di settore ha, a monte, una specifica attività di analisi consistente in:
    - individuazione di elementi, posti a base del ragionamento presuntivo per la stima dei ricavi, da parte esperti e tecnici;
    - richiesta al contribuente di dati aziendali ed elaborazione delle risposte.
    5. Si deve tuttavia osservare che nel verbale n. (...) redatto il 18.10.2007 ai fini dell'accertamento con adesione e prodotto in copia dalla parte, ha dedotto circostanze (cessazione di attività da parte di sei su sette delle società committenti) che avrebbero causato una diminuzione del 50% del personale dipendente ed indotto la società a   diversificare
l'attività per evitare la cessazione della stessa.
    Tali circostanze, che darebbero conto della sussistenza di un contesto di non normalità, sono state ritenute dall'Ufficio "generiche e non specificamente documentate", senza, tuttavia, dare   ragione   di   tale valutazione.
    Questo Collegio non può concordare con tale conclusione dell'Ufficio per i motivi che seguono.
    A - La crisi prima e la cessazione poi di attività delle aziende committenti, specificamente indicate nel verbale nonché la conseguente diminuzione del personale della ricorrente, non possono essere considerate circostanze generiche ma, al contrario, circostanze precise, concrete e verificabili.
    La prima circostanza dedotta costituisce fatto notorio e di comune esperienza, almeno per la collettività della provincia di Rieti ed il giudice può avvalersi di esso (cfr. Cass. Sez. 5, Sent. n. 5232 del 28/02/2008) pur derogando al principio dispositivo le prove e al principio del contraddittorio, purché inteso in senso rigoroso, e cioè come tatto acquisito alla conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire incontestabile. In ogni caso, poiché la parte indicava con precisione tali aziende, ove tale affermazione non fosse stata veritiera, era nella possibilità e facoltà dell'Ufficio contestare la circostanza anche in sede di costituzione in giudizio, ma ciò non risulta.
    La seconda circostanza dedotta, la riduzione del personale,   era verificabile dal raffronto dei dati desumibili dal quadro "Personale addetto all'attività" del "modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore" relativo alle diverse annualità.
    B - La sussistenza di un contesto di non normalità è confermata, sia pure a posteriori ed indirettamente, dalla nomina, intervenuta il 1.07.2008, della nomina del liquidatore della società.
    Per quanto sopra, dunque, si debbono ritenere come precise, concrete e verificabili le circostanze addotte per rappresentare la sussistenza di un contesto di "non normalità"; esse, costituiscono, dunque, una ragione evidente e convincente dello scostamento dei ricavi dichiarati da quelli desumibili dallo studi di settore.
    6. Da tutto ciò consegue che l'atto impugnato, pur se legittimo, non può ritenersi fondato in quanto la maggiore capacità contributiva ipotizzata dall'avviso di accertamento impugnato non risulta adeguatamente provata alla luce delle ragioni addotte dalla parte ricorrente.
    Per tali considerazioni il ricorso va accolto.
    Sussistono, peraltro, giusti   motivi   per   dichiarare   interamente compensate tra le parti le spese del giudizio.
 
    P.Q.M. - La Commissione accoglie il ricorso.
    Spese compensate.                                                                         
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